lunedì 28 aprile 2008

Nuttata persa...

...se fossero così le nottate perse!
Ennesimo racconto dell'amica Angela... godetevelo e fatele sapere!

Nuttata persa”
“Nuttata persa e figlia fimmina”. Questo aveva detto Nicolino Borgomastro quando già l’alba indifferente aveva cominciato a delineare i contorni delle cose. E quella era stata la decima volta che gli si era sentita pronunciare quella frase, poiché in quella decima notte di febbrile attesa paterna gli era nata la decima figlia femmina.

Quando i flebili lamenti della moglie erano cessati e la levatrice era uscita dalla modesta camera matrimoniale con l’aria funerea, Nicolino si era portato le mani ai capelli e se li era strappati uno per uno con la forza della disperazione. Almeno quei miseri ciuffetti che gli erano sopravvissuti sul cranio dall’ultima “nottata persa”.

“Nicolì, non ti disperare” lo aveva consolato il compare ‘Gnazio, “avanti questo che una malattia”.

“Eh no!” aveva sbottato Nicolino “mille volte meglio un morbo letale mortifero che sfamare dieci bocche femminine”.

E mangiavano eccome quelle dieci bocche, divoravano tutto con spensierata allegria famelica, e con la stessa allegra spensieratezza crescevano, prosperavano e reclamavano. E toccava a Nicolino saziare, vestire, sostentare, vigilare e accontentare quella gioiosa brigata di esigenti fanciulle, brigata che da dieci saliva a dodici se si contavano la moglie Peppina e la suocera Filiberta.

Rosee e grassottelle cresceveno, come maialini da latte, e una volta compiuto il sedicesimo anno avevano preteso marito, ma non un marito

qualsiasi. Buoni partìti e bella presenza. E naturalmente era toccato a Nicolino dotarle di dote adeguata, roba di fini merletti e tovaglie di Fiandra. Moglie e suocera ci tenevano ad esibire quei corredi , che per giorni e giorni venivano esposti in casa ad uso e consumo delle future suocere e delle vicine di casa che venivano a visionarne qualità e quantità.

Se ne erano visti matrimoni andati in fumo perché mancava qualche camicia da notte o perché qualche lenzuolo non era adeguatamente ricamato.

Il povero Nicolino, dal canto suo, dopo quell’ultima nottata si era come chiuso in un muto silenzio pieno di rancore e aveva persino smesso di frequentare gli amici da quando, di fatto, era diventato la favola del paese.

La moglie di Nicolino, dal canto suo, dopo l’ultima fatica non ne aveva più voluto sapere del marito e, incoraggiata in questo dalla madre, aveva chiuso irreversibilmente e irrevocabilmente bottega.

“Tanto fa solo figlie femmine” lo aveva consolato ‘Gnazio, il quale, sconoscendo le leggi della genetica, non poteva certo sapere come si incrociassero realmente i cromosomi.

Nicolino non si consolava affatto, se non per la piccola vendetta che si era preso dopo che gli era divenuto chiaro, alla quarta sfornata, come sarebbero andate le cose, allorquando aveva preso cinicamente ad appioppare alle nate nomi crudeli e vendicativi. Pertanto dalla quinta in poi aveva registrato all’anagrafe, nell’ordine: Santina, Annunziatina, Crocifissa e Addolorata. Ben misera consolazione, invero. Anche perché sul nome dell’ultima Peppina e Filiberta si erano impuntate. Niente nomi “esotici”, avevano detto, la decima si chiamerà Maria, come la madre di Gesù Cristo.

Fin qui la vicenda di Nicolino potrebbe anche far bonariamente sorridere, se non fosse per il fatto che egli avesse anche altri motivi per rodersi il fegato e mangiarsi le budella. Era, infatti, presente in paese tal Nunziato Buonasorte, il quale, a tutto rispetto del nome, apparteneva a quelli talmente fortunati dei quali si dice che se cascano in mare ne riemergono con le mutande piene di pesci.

Aveva costui sposato una donna assai laida, ma di ricchissima dote, alla quale, in aggiunta, dal giorno del matrimonio non vi era stata zia, cugina, amica, madrina, vicina di casa che, tirando le cuoia, non avesse destinato laute eredità. Tuttavia non era questo a provocare in Nicolino ripetuti travasi di bile, quanto piuttosto il fatto che la moglie di Nunziato non facesse che partorire figli maschi, e lo faceva esattamente un mese dopo la sfornata femminile di Peppina. Tutti forti, gagliardi e in perfetta salute i figli di Nunziato. E così mantre la casa di Nicolino stava perennemente serrata quasi ci fosse il lutto, quella dei Buonasorte era un tripudio di feste, colori, risate, allegria.

Detto questo si capisce quanto la vicenda di Nicolino, apparentemente così comica, risultasse invece tragica e sciagurata. E ci si potrebbe anche fermare qui se non fosse che ad un certo punto si venne a verificare, per colpa di una congiuntura astrale ancora una volta sfavorevole a Nicolino, una vicenda a dir poco grottesca. Accadde, infatti, che Maria, divenuta sedicenne timidetta, rotondetta e palli detta, si innamorò perdutamente di Giuseppe, quinto figlio maschio di Nunziato, ventunenne alto, forte, robusto e bello che ci volevano occhi a guardarlo. Il quale Giuseppe ricambiò con la stessa passione il sentimento della fanciulla.

Non che se lo ebbero mai a dire, perché non solo i contatti fisici, ma perfino quelli verbali erano assolutamente proibiti tra rappresentanti di sesso diverso. Sarà forse per questo retaggio che i siciliani hanno imparato a parlarsi con gli occhi. E fu con gli occhi che Giuseppe e Maria si parlarono e si intesero alla perfezione.

La prima conversazione avvenne in chiesa il giorno della Santa Pasqua. Gli uomini col vestito della festa sedevano da un lato, le donne col velo nero della festa dall’altro lato. Incautamente Maria si trovò ad un certo punto a guardare verso il reparto maschile, mentre contemporaneamente Giuseppe volgeva il suo sguardo verso quello femminile. In pochi secondi fu un batti e ribatti di mi piaci, anche tu, fidanziamoci, mio padre mi ammazza, ci parlo

io, no per carità, ci faccio parlare da mio padre, peggio ancora: mio padre a tuo padre non lo può vedere, eccetera eccetera. Dopo di che iniziarono i sospiri e le ricerche affannose tra i fedeli che affollavano le varie processioni religiose, che erano le sole occasioni di vita sociale alle quali Maria, unica di casa Borgomastro non ancora maritata, era ammessa a partecipare.

Lo scandalo, ovvero la scoperta della virtuale tresca amorosa da parte della famiglia di Maria, avvenne durante l’affollatissima processione del santo patrono, allorquando tutto il paese, comprensivo di paralitici e ultra centenari, si riversava per le vie cittadine ad onorare l’urna cinerea.

Poiché Giuseppe faceva parte, bello com’era, della confraternita religiosa addetta al trasporto del Santo, e poiché tale confraternita teneva un passo ritmicamente preciso scandito dalla banda musicale, essendogli pervenuto uno sguardo di Maria particolarmente carico di significati metaforici, il ragazzo si confuse, sbagliò il passo, mise un piede su quello di un confratello, il quale perse l’equilibrio e cadde come corpo morto cade, tirandosi dietro gli altri confratelli e facendo rovinare impietosamente a terra il baldacchino contenete il fercolo patronale. In mezzo al trambusto, alle urla e al fuggi fuggi che ne seguì, a Maria, preoccupata, scappò un “Guseppe” prontamente intercettato e debitamente interpretato da tutta la famiglia lì riunita al gran completo, più un paio di vicine di casa di quelle che assai si interessavano delle vicende altrui.

Il Sindaco, bardato col tricolore, rassicurò la folla dal palchetto per i comizi elettorali che era stato montato per le elezioni, e invitò i confratelli a rialzare prontamente il Santo e a proseguire la processione, che tanto nessuno si era fatto male, e poi, al rientro del Santo in chiesa, ci sarebbero stati i fuochi d’artificio che nella sua devozione lui stesso avrebbe pagato di tasca. Devozione, la sua, che naturalmente non aveva nulla a che vedere con la rinnovata candidatura a Sindaco.

E mentre il Santo veniva rialzato, spolverato e rimesso in cammino, Maria veniva riportata a casa e lì segregata per mesi e mesi, senza che nessuno sentisse il bisogno di dire nulla perché tanto era stato tutto chiarissimo.

Dal canto suo Giuseppe ci provò davvero a parlare con Nicolino, si presentò, si spiegò, si propose, ma non ci fu niente da fare. A niente valsero i tentativi di rabbonirlo avanzati da Peppina e Filiberta, a niente valse l’intervento moderatore del compare ‘Gnazio, e a niente valsero gli occhi arrossati di Maria, che piangeva giorno e notte e non toccava più cibo. Non le era più permesso neanche di affacciarsi al balcone, perché Giuseppe sarebbe potuto passare di là e con uno sguardo si sarebbero intesi.

Nicolino fu irremovibile: qualunque uomo per Maria, ma non uno dei figli maschi di Nunziato.

“Me la stai rovinando questa figlia” gemeva Peppina. “Non mangia più e non dorme più. Una larva mi è diventata. Io, che l’ho cresciuta come una rosa”.

“Come un’altra cosa l’hai cresciuta tua figlia, altro che! Ma ci penso io a trovarle marito, così le passano i bollori. E guai a lei se non se lo piglia!”

E Nicolino glielo trovò davvero il marito a Maria. Un trentino mezzo scemo con la pelata e il gozzo, che aveva ereditato una fortuna da una zia monaca. Quando lo presentò a Maria la ragazza per poco non svenne.

“E’ l’emozione” disse il padre.

“Non le piace” ribatterono moglie e suocera.

“E mica deve piacerle, deve solo sposarlo!” concluse perentorio Nicolino.

Il giorno dopo la presentazione con quasi svenimento, Maria si piantò davanti ai suoi genitori e comunicò la sua decisione irreversibile di farsi suora, e il padre avrebbe dovuto accettare per forza la sua chiamata da parte del signore o sarebbe bruciato per sempre tra le fiamme dell’inferno, cosa che per altro quel pomeriggio gli venne confermata del parroco del paese.

Sempre quella stessa mattina, più o meno alla stessa ore, Giuseppe comunicava alla sua famiglia la sua decisione irreversibile di farsi prete.

A questo punto della storia assume un ruolo di primo piano il compare ‘Gnazio, al quale si dovette la soluzione di tutta la faccenda. Essendo uomo di mezza età, esperto delle cose della vita nonché assai saggio, quantunque non avesse mai studiato filosofia, decise di troncare qualunque dialogo con Nicolino e di recarsi direttamente dal vescovo.

Quest’ultimo era anch’egli uomo assai saggio, solo che in più aveva studiato la filosofia e anche il latino. Pareva fosse anche in odore di santità per la sua opera di santo apostolato. Udita dunque tutta la vicenda dei due giovani decise di intervenire in soccorso delle sante e pure anime e li convocò entrambi, ufficialmente per interrogarli sulla natura delle loro improvvise vocazioni.

Parlò con Giuseppe e poi parlò con Maria, dopo di che li riconvocò entrambi e ordinò loro di sposarsi immediatamente. Lo mise pure per iscritto con una specie di documento firmato e bollato. E per essere sicuro che l’ordine venisse rispettato, il sant’uomo il matrimonio lo celebrò di persona, con Nicolino costretto a sedere accanto a Nunziato e a tenergli la mano per tutto il tempo del Padre Nostro.

Ecco, adesso sì che la vicenda può considerarsi conclusa, con lieto fine e felicità per gli sposi, se non fosse che durante il pranzo nuziale a Nicolino ad un certo punto andò di traverso un’oliva, e solo il pronto intervento di Nunziato, che lo afferrò da dietro e gliela fece sputare praticandogli energica pressione sul torace, lo salvò in extremis. Del resto Nunziato si era sentito subito in colpa per il quasi soffocamento. Era stato infatti lui ad urlare ai novelli sposi: “Auguri e figli maschi!”.

martedì 25 marzo 2008

La Rondine

Il sole nuovo,

Tra rose appassite,

da primavera!

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Now playing: Luciano Ligabue - Ligabue - Giro D'Italia Cd2 - 03 - Una Vita Da Mediano
via FoxyTunes

venerdì 14 marzo 2008

Questi sono gli Abbot Ritorba...

UN AVIATORE ABILE

I fili dell'alta tensione contro l'alba livida
Io confido nei miei buoni presagi
La scia dell'aereo a reazione sembra sporcare l'alba livida
Con graffi e sfregi fiammanti
Io plano sopra l'inquietudine
Mi vedi?
Un aviatore abile
Sa come proiettarsi oltre solitudine
Forse ad un mondo da qui
Avrò gioia in proporzione alla pena
Pavido cuore distratto da chi
Vorrebbe sottrarmi ...
Avrò stelle a cui volgermi
Quando
Quando uscirò dalla scena
Rancido cuore distrutto da chi
Vorrebbe solo prendersi, vorrebbe solo fottermi ...
Scappo da quest'invidia minima
Cerco la rotta per sfuggire ai retaggi
All'inferno quest'invidia minima
E i falsi miraggi
Io oltrepasso moltitudine
Mi vedi?
Qui nell'atmosfera libera
Ogni rimpianto è muto
Forse in un mondo così
Avrò compagni a guardarmi la schiena
Nè false lusinghe nè il gesto di chi vuole annientarmi
Avrò braccia a sorreggermi ...
Quando
Quando cadrò nell'arena
Rancido cuore ditrutto da chi
Vorrebbe solo prendersi, vorrebbe solo rubarmi ...
La mia eterea immobilità

Nuova canzone di Genio&Friends... Poesia su musica...

domenica 9 marzo 2008

Sagacia sicula...

Amici per tutti noi il nuovo racconto di Angela, che tra l'altro ha vinto un signor concorso con "La storia di Salvatore Siciliano", che trovate qui:

La Squadra dei Sogni: Storia di Salvatore Siciliano detto Sasa'.

... godiamocelo...

DEI PROMESSI SPOSI

ovvero “come ti uccido il professore di italiano”

Gli alunni della VA del Liceo Classico “V.Monti” di Petrusa erano davvero preoccupati. Quell’anno era stato assegnato alla loro classe, come docente di italiano e storia, il vecchio professore Pietro Putrone detto “IL Generale”. Già di per sé i suoni chiusi, aspri e duri del suo nome anagrafico erano tutto un programma, ma il soprannome la diceva davvero lunga sull’indole austèra, rigida e militaresca di quel famigerato uomo di lettere.

La preside Luisa Sensini, dal canto suo, lo adorava di un’adorazione mistica e soprannaturale, al punto da averlo nominato vice preside a tempo indeterminato, riuscendo, in tal modo, a bilanciare una dirigenza che altrimenti sarebbe stata troppo rosea e delicata.

I suoi colleghi, invece, si erano divisi in due correnti di pensiero. Da un lato c’erano quelli che sostenevano essere egli solo un perfido, borioso, spocchioso, presuntuoso, “ma chi si crede di essere ci tratta tutti come se fossimo inferiori sarebbe ora che andasse in pensione. Dall’altro lato la maggior parte decantava la sua sconfinata cultura, il rigore professionale, l’efficacia dei suoi metodi tradizionali, l’attaccamento stakanovistico al lavoro.

Su quest’ultimo punto avevano ragione. Il professore Putrone non si assentava mai (anche perché aveva una salute di ferro) e odiava le vacanze natalizie, le vacanze pasquali, le feste patronali, il primo maggio, le vacanze estive e qualunque giorno che sul calendario fosse di colore rosso. L’unica solennità che la sua mente obliqua approvasse era quella del due giugno, festa della Repubblica, allorquando assisteva davanti al televisore alla parata militare che si svolgeva a Roma. E c’era chi fosse pronto a giurare che due lagrimucce gli comparissero furtive al passaggio della fanfara dei bersaglieri. Per il resto Putrone da oltre quarant’anni arrivava a scuola alle sette e trenta precise, proprio mentre i bidelli aprivano i cancelli, e alle sette e trentacinque era già in aula col registro di classe aperto e una decina di libri disposti in bell’ordine sulla cattedra.

E sì, perché Putrone mica usava solo i libri di testo. E no! Lui integrava, arricchiva, aggiungeva, completava. E i ragazzi avevano un bel da fare a prendere appunti, perché poi, durante l’interrogazione, guai a saltare una virgola.

I genitori facevano a gara per inserire i loro figliuoli nelle classi di Putrone, nella scellerata convinzione che questo avrebbe costituito per loro una irripetibile occasione educativa e formativa.

E dunque anche quell’anno Putrone si apprestava a seminare terrore e distruzione, e la sua indole sterminatrice si metteva all’opera soprattutto al ginnasio, perché “è al biennio che occorre operare una rigorosa selezione chi non si mostra degno di frequentare il nostro glorioso liceo è meglio che cambi indirizzo di studi”. Putrone, però, aveva attribuito un’accezione personalistica all’aggettivo “degno”. Chissà perché “degni” erano quasi sempre i rampolli di determinate categorie sociali.

Il ventitre settembre Putrone entrò in VA armato delle peggiori intenzioni, e per le due ore che vi rimase non fece che minacciare, intimidire, profetizzare, ammonire, vituperare. Il Generale, però, non aveva fatto bene i suoi conti, perché la VA aveva un grosso difetto, una di quelle storture che professori come lui non tolleravano e non sapevano come affrontare. I ragazzi di quella classe avevano maturato l’insana abitudine di pensare con la propria testa, di intervenire, di partecipare, di chiedere sempre il perché e il percome. Insomma, erano perfettamente in grado non solo di saltare qualche virgola, ma di aggiungerne a loro discrezione.

La patologia creativa di quegli alunni intellettualmente indisciplinati si manifestò soprattutto quando iniziarono ad essere sottoposti alla rigida terapia invasiva della lettura integrale dei Promessi Sposi.

Ora, bisogna sapere che per Putrone la letteratura italiana cominciava e finiva con i Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, “punto di riferimento letterario di valore universale, colonna portante e fondamento della nostra insigne tradizione culturale”.

Per essi nutriva una devozione religiosa, un rispetto filiale, una dedizione assoluta. La collocazione scolastica e l’insegnamento sistematico di tale capolavoro era stato, era, e sarebbe sempre stato indiscusso e indiscutibile.

Putrone ricordava ancora con raccapriccio l’animato collegio dei docenti dell’anno precedente, allorquando una giovane supplente temeraria e alternativa aveva proposto l’adozione di un testo antologico dei Promessi Sposi, “perché tanto non si riesce a leggerli tutti, e poi magari si potrebbe affiancargli la lettura di autori contemporanei, che so, Svevo Calvino Moravia”. Non era riuscita a completare l’intervento perché Putrone diventando prima paonazzo, poi violaceo indi bluette, aveva catalizzato l’attenzione di tutti, che, nel trambusto dei soccorsi, dimenticarono di mettere la questione ai voti. La qual questione venne subito accantonata e definitivamente dimenticata una volta terminata la supplenza della sovversiva.

Gli studenti della VA per tutto l’anno scolastico ebbero un bel da fare a leggere, riassumere, commentare, riverire, vivisezionare capitoli su capitoli. E se a volte sui pudori virginei di Lucia alle più disinibite fanciulle contemporanee scappava un sorriso, o durante le lunghe digressioni sulla peste scattavano inesorabili gli sbadigli, e allora erano invettive, anatemi, note disciplinari, accompagnamenti, punizioni che rasentavano il corporale.

Fu così che in un’accesa e creativa assemblea di classe di fine anno gli alunni maturarono un sacrilego progetto: mandare al rogo Putrone e i suoi Promessi Sposi.

E questo fecero.

Organizzarono tutto fin nei minimi dettagli. Quello stesso sabato, alle undici di sera, avrebbero condotto il Generale, precedentemente rapito, sulla spiaggia ancora deserta della Plaia, e lì avrebbero innalzato una pira dove lui e i Promessi Sposi sarebbero stati arsi vivi.

Dovettero, però, anticipare l’orario in quanto una delle loro madri aveva detto che se volevano rapire il professore e bruciarlo dovevano farlo entro le nove perché poi avevano parenti a cena.

E così fu tutto allestito entro le otto.

La sabbia, a fine maggio, era ancora fresca e la serata si presentava frizzante e generosa.

Disposta la legna a piramide come per i falò di ferragosto i ragazzi vi sistemarono sopra Putrone legato e imbavagliato, con il suo volume dei Promessi Sposi infilato dentro la cintura dei pantaloni.

Per carità! Non era certo il vero Putrone. E che diamine! Erano pur sempre dei bravi ragazzi! Il loro era un manichino tale e quale, una stampa e una figura, stessa altezza, stessi vestiti, stessi occhiali, stessa perfida espressione negli occhi. Di autentico c’era, invece, il volume manzoniano. Quello era proprio il suo, quello che possedeva da cinquanta anni, abilmente sottrattogli in sale dei professori, dove lo aveva incautamente lasciato dopo che, bevuto un caffè amorevolmente portatogli dal rappresentante di classe, per cause sconosciute era dovuto scappare in bagno.

Il loro fu, più che altro, un atto simbolico, catartico, liberatorio, goliardico.

E fu con goliardia che diedero fuoco alla pira e rimasero ad ascoltare lo scoppiettio delle fiamme, il crepitio della legna, lo sfrigolio delle pagine riarse, e ad ammirare il luccichio sfavillante delle lingue di fuoco che raggiungevano l’azzurro tardo di quella sera pre-estiva.

Sennonché accadde che una lieve brezza vespertina facesse volare alcune pagine del volume ai piedi degli improvvisati piromani. I quali, dopo averle raccolte, cominciarono, così, per scherzo, a leggerle. E che strano dovette sembrare loro ascoltare quelle parole con l’intonazione delle loro voci. E che bello quell’addio ai monti recitato dalla voce soave e malinconica di Marta, che faceva teatro e in queste cose era davvero brava. E quell’incontro tra i bravi e don Abbondio improvvisato gioiosamente sulla sabbia? Per non dire di Veronica, ottanta chili di simpatia, che, con le mani ai fianchi e il suo vocione sicuro e robusto, stava dando vita ad una straordinaria Perpetua.

Insomma, nel giro di pochi minuti quelle pagine che Putrone aveva tanto fatto odiare appesantendole per giunta con gli osceni giudizi di questo o quel critico letterario, si erano salvate dalle fiamme per prendere vita tra le mani di quei giovani, per risuonare nelle loro voci allegre e spensierate come una sinfonia corale, arricchite del loro spirito creativo, onorate dalla loro leggerezza, mentre poco più distante gli occhi grigi del generale fantoccio guardarono mestamente prima che gli ultimi sprazzi del fuoco li avvolgessero.

sabato 8 marzo 2008

Per ritornare come si deve...

Città

Maschere a contorni netti

Recitano

Nel teatro della strada

Personaggi in città

Dove un posto è oro

In società

Sangue.



Recitavo nel titolo...Per ritornare come si deve è d'obbligo una poesia... Spero vi piaccia, spero riesca a colpirvi, spero che si lasci penetrare a fondo dal vostro sentire, spero sia malleabile, duttile sotto i colpi della vostra sensibilità pungente...

Sempre con immenso affetto e stima il vostro Gino, salumiere pseudo-poeta.

mercoledì 5 marzo 2008

Si dicia si...

Ma davvero pensavate che non sarei più tornato?
Sbagliato!
Sono di nuovo qui!

domenica 24 febbraio 2008

Un saluto...

Un saluto amici miei a chi partecipa e a chi legge...
Un saluto che non vuole sembrare un commiato, ma che ne ha tanto il sapore...
Continuate se credete...

In bocca al lupo.

lunedì 28 gennaio 2008

Le All-Star

E mentre stanco

Accarezzavo la terra,

Cercando i lacci delle scarpe,

Il sole, sornione, sorgeva ancora!

martedì 8 gennaio 2008

...finalmente!

Finalmente oggi è arrivata una delle antologie che contengono una mia poesia...

Titolo antologia: "Tra un fiore colto e l'altro donato" (Vol. V - parte 1)
Casa Editrice: Aletti Editore
Autore: AA.VV.

...ed esattamente a pag 97 trovate la mia poesia, che ovviamente amici miei vi faccio leggere:

PRIMAVERA
Il sole ti spinge
e l'erba
morbida
ti accoglie
mentre sorridi
felice
mentre il vento
lucignolo
ti fa socchiudere gli occhi.
Io ti siedo accanto
senza parole
fra bufere
che mi scuotono
insaziabili
prendono il mio cuore
lo calpestano
e lo incoronano.
Sento te
nient'altro
solo la tua voce
e le tue mani
tra le mie
...
mentre un sorriso
mi increspa gli occhi.

...vi è piaciuta?
Spero di si...

Il Viaggio Verso Casa

Lentamente...

Raramente

Procedo

Lentamente!

Eppure stasera,

Nella foschia che silenzia la strada

E l'orizzonte notturno

Della Mater Mereticio,

Scopro la violenta necessità

Di rallentare.

Un piccolo tragitto,

Che vorrei trasformare in viaggio notturno,

In pellegrinaggio,

Verso luoghi di ludibrio,

Verso morbide braccia,

Si trasforma in momento di pure riflessione.

E la freccia dimenticata indica la mia via...

All'uscita dal tunnel sei ancora presente

Ti sento forte sapendo di averti perso,

Di averti già tradita.

Ti ritrovo adesso sulle punte delle dita,

Cercando, nei bui corridoi dove amo rintanarmi,

Ritrovo, forse,

La magia della prima ispirazione!

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Listening to: Rolling Stones - Anybody Seen My Baby
via FoxyTunes

giovedì 3 gennaio 2008

La Scatola Vuota

Addio minuti,

Tempo passato stanco,

Mani vuote.

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Listening to: Red Hot Chili Peppers - Soul To Squeeze
via FoxyTunes

Licata again...

LA SVEGLIA DI CLAUDIA

Driiiin

Ore 6 e 30.

Suona la sveglia.

Claudia si getta letteralmente fuori dal letto e come ogni mattina inciampa tre volte tra le pieghe eterne del tappeto, quello finto persiano, orrendo, regalo della suocera (e quindi bisogna tenerlo).

La forza dell’abitudine la trascina in bagno ad onorare le più elementari forme di necessità igienico-sanitarie.

Il solo comune senso del pudore, insito in chi ha accettato le convenzioni del vivere sociale, la spinge al cospetto del grande armadio a prelevare a caso due o tre indumenti accettabilmente coordinati.

Una forza più grande di tutte, l’amore materno, la proietta in una calda stanza a svegliare le figliolette che, ancor desiderose di crogiolarsi nel tepore dei loro variopinti lettini, recalcitrano indispettite, ma alla fine si lasciano docilmente lavare, vestire, imboccare e sbaciucchiare infinite e infinite volte.

In tutto questo Claudia è sola. Il marito è già uscito, lavora fuori lui, un impiego di grande responsabilità a sessanta chilometri da casa. E ogni mattina tocca a lei preparare le figlie e accompagnarle a scuola, scuola materna, stessa classe, sono gemelle.

E poi Claudia deve affrettarsi alla sua di scuola, Liceo Scientifico “Leonardo da Vinci”, a quattro passi da casa ma a tre chilometri dalla scuola materna.

E’ un’insegnante lei. Di lettere. Che dopo anni di corsi, concorsi, ricorsi, riforme più o meno illuminate, ministri più o meno sani di mente, supplenze prestate ora su cocuzzoli di montagna ora su atolli sperduti nell’Oceano Indiano ( almeno questo le parevano!),ha raggiunto l’agognata, definitiva, irrevocabile e inconfutabile immissione in ruolo.

Diciotto ore settimanali, classi di primo e secondo anno, prime ore quattro su cinque. Sempre in ritardo. Sempre. In ritardo.

E invece oggi no!

Oggi non solo è puntuale, ma addirittura in anticipo.

Di sette minuti.

Ha il tempo di firmare il registro delle presenze (lo dimentica sempre, accidenti!), aprire il cassetto personale, raccogliere i plichi di compiti che vi sono stipati e che puntualmente finiscono a terra, prendere il registro di classe, dispensare qua e là sorrisi, avviarsi in classe.

Terzo piano.

Si sale a piedi.

L’ascensore è rotto da quattro anni.

“Provvederemo”, dice il Dirigente Scolastico di turno.

Quattro anni, quattro Dirigenti Scolastici.

L’ultimo viene amabilmente soprannominato “il vascello fantasma”, perché non c’è mai, e quando c’è se ne sta strategicamente chiuso in presidenza.

Ma oggi no!

Oggi l’ascensore funziona.

È bello, pulito, luminoso, morbido (“morbido?”), e dentro ci potrebbe stare una classe intera.

Ora che ci pensa… Tutto oggi le è sembrato bello, pulito, luminoso e….morbido: l’androne, i corridoi, la sala dei professori, i bidelli, e persino quei colleghi che normalmente infilerebbe in una fornace.

E il Preside (“ avevamo un Preside?”) trotterella allegro tra i corridoi per accertarsi che vada tutto bene.

Claudia arriva al terzo piano, senza fiatone, due ore in I C, latino e storia, trentadue alunni, chiassosi, indisciplinati, svogliati, parzialmente vestiti, maglie corte anche in pieno inverno, pantaloni a vita bassa, bassissima, arti inferiori atrofizzati, rigidi, involuzioni dell’homo erectus.

Oggi no!

Oggi sono venti.

Claudia li conta. Venti.

Apre il registro di classe, “alunni iscritti 20: maschi 11, femmine 9”. Ha sbagliato classe. No, è la sua.

Puntuali, silenziosi, disciplinati, ben vestiti, ma, soprattutto, nuovamente sulla linea evolutiva dell’erectus.

Scattano in piedi.

“Buongiornoprofessoressamartini”.

E aspettano pazientemente il cenno della mano che li metta nuovamente a sedere.

Claudia è allibita. Alza timidamente l’arto destro superiore. La classe si siede e libri e quaderni compaiono volontariamente e senza rimorsi sui banchi.

Oggi li hanno portati (non i banchi, i libri). Tutti oggi hanno portato i libri di testo.

Aula naturalmente bella, pulita e luminosa. Spariti i banchi rotti, la lavagna rotta, le sedie rotte, le scritte oscene sui muri. Muri, anzi, sui quali sono ricomparse le cartine geografiche.

Le-car-ti-ne-ge-o-gra-fi-che!

Nuove, nuovissime, aggiornate agli stravolgimenti storico-geografici degli ultimi venti anni.

Ma, come se non bastasse, hanno studiato.

Loro, gli alunni, le zucche vuote, le menti alienate, le tabulae rasae.

Tutti oggi hanno studiato.

Terza declinazione, parisillabi e imparisillabi, nomi irregolari, particolarità, compiti svolti, versione ben tradotta, possiamo andare avanti col…….

Driiiin

Ore 6 e 30

Suona la sveglia.

Quella vera.


Nuovo racconto dell'amica Angela Mancuso che vi saluta tutti...

martedì 18 dicembre 2007

In onore alla mia terra...

U iuncu

I vrazza friddi

E l’occi aperti

Ni sta timpesta.

U suli è ammucciatu

Scantatu!

I trona u ficiru scappari.

E ia sugnu ccà.

Sulu.

Tuttu vagnatu.

Tisu tisu comu na pala baccalà.

Però un mi scantu.

Vaiu scappannu di ccà e di ddrà

L’ arvula mi vonu cadiri ‘ntesta

Si ni venunu ccù tutta a radica.

U ventu mi straporta

Ioca e s’arricria

U cielu niuru e fitusu comu a pici

M’allorda u cori

U fangu ‘mpiccicusu mi tena i pedi

E ia mi iettu

Na vota annavanti

Na vota annarreri

Pirchì ava finiri

A rota ava girari

E penzu a mò matri

“Caliti iuncu

Ca passa la china”.

Traduco solo gli ultimi 2 versi:
"Abbassati giunco che passa la piena"...
E' un proverbio popolare licatese e un po' l'atteggiamento del siciliano in genere...
A voi.

domenica 9 dicembre 2007

Storia di Salvatore Siciliano detto Sasa'.

Buongiorno Sasà. Sempre al lavoro tu. Ma non ti fermi mai? Non ti riposi? Non ti svaghi?”.

Mai Mimì. Il lavoro è ricchezza e onora l’uomo. Tu, invece, sempre piedi piedi vero?”.

Salvatore Siciliano, detto Sasà, era nato in un tempo imprecisato e in un luogo indefinito della Sicilia e lì viveva e lavorava da sempre, con fede onesta e attaccamento sincero verso quella terra madre e matrigna, generosa e crudele.

Ne aveva visti passare tanti da quella sua terra. Greci, romani, bizantini, arabi, normanni, svevi. Qualcuno aveva dato, qualcuno aveva solo preso.

E in tanti secoli Sasà aveva sviluppato un suo personalissimo modo di captare la presenza di un nuovo occupante.

Ne fiutava l’odore.

Quella mattina, dopo che Mimì se ne fu andato, Sasà annusò l’aria e vi sentì qualcosa di strano, di indefinito, di sdegnoso.

“Hmm, puzza sento!” esclamò d’un tratto.

E infatti, giratosi, si trovò davanti un francese alto alto e armato fino ai denti, con l’occhio destro e anche quello sinistro tutt’altro che amichevoli.

“Sono un Angioino!” gli disse “E vengo a dirvi che da oggi in poi qua comando io e le tasse le dovete pagare a me. Sta bene?”.

“Ho alternative?” chiese speranzoso Sasà.

“Assolutamente no!” rispose perentorio l’invasore.

“E allora sta bene” fece Sasà con un’alzatuccia di spalle.

“Au revoir!”.

“Vossa benedica”.

Passarono gli anni, i mesi, i giorni e le ore, e Sasà continuò a lavorare come sempre sulla sua terra. Fnché un giorno, ri- annusata l’aria…

“ Arrè puzza sento!”ri-esclamò.

Difatti, giratosi, si trovò davanti uno spagnolo tozzo tozzo e tarchiato. Anche questo armato fino ai denti e coi baffetti aggrovigliati e minacciosi.

Parlò assai poco, se non per comunicare che da quel momento comandava lui e che, quindi, i balzelli dovevano essere versati a lui stesso medesimo.

“Sta bene” disse Sasà rassegnato “E vi tratterrete molto?”.

“ Il più a lungo possibile” rispose l’iberico.

E se ne andò.

Passarono gli anni, i mesi, i giorni e le ore. Passò la peste, la carestia, e passarono i turchi.

Finché un giorno, annusata l’aria…

“Arrè puzza c’è! E questa sì che è puzza!”.

“Sono un Borbone!” disse il neo arrivato.“E vengo a comunicarvi che qui da ora in poi comando io e che le tasse le dovete pagare a me e ai miei baroni”.

“Ora vedete”pensò Sasà abituato. “E vi tratterrete assai?” gli chiese.

“Abbastanza!” fu l’ovvia risposta.

Ripassarono gli anni. Ripassarono i turchi. Ci fu un terremoto, qualche scaramuccia, il colera. E passarono i garibaldini.

Di tutte queste cose a tenere informato Sasà era Mimì, che correva dall’amico ogni qualvolta gli pareva ci fosse qualche avvenimento di una certa importanza storica.

Finché un giorno Mimì gli si presentò davanti fresco, baldanzoso e raggiante.

“Che bella giornata!”esclamò.

“Gente allegra, Dio l’aiuta”sospirò Sasà. “Che ci fu?”.

“Una cosa bella assai, Sasà. Hanno fatto l’Italia Unita!”.

“E che vuol dire? Chi comanda adesso?”.

“Adesso comanda il Re d’Italia”.

Ccà co si susa prima, cumanna”.*

“E chi comanda fa legge, Sasà. Ma non ti preoccupare, vedrai che da questo momento in poi le cose per noi miglioreranno. Intanto, però, dobbiamo partire”.

“E perché?”.

“Coscrizione obbligatoria!”.

“Obbligatoria?”

“Obbligatoria, Sasà”.

E così Sasà partì e tornò.

Passò qualche altro anno, e una mattina Mimì gli si presentò di nuovo, ma stavolta scuro scuro e funereo.

“Che c’è Mimì? E’ morto qualcheduno?”.

“C’è che siamo diventati importanti, Sasà. Troppo importanti. Ci studiano!”.

“ E chi è che ci studia?”.

“Quelli che governano, Sasà. Sono preoccupati per noi. Che brava gente! Ci chiamano ‘Questione Meridionale’. Dicono che siamo un po’ indietro, che qui c’è il sottosviluppo, ma che dobbiamo pazientare e stare tranquilli, chè ci penseranno loro a noi”.

“E io tranquillo sono, Mimì”.

“E io no, Sasà! Perché qua i suonatori cambiano, ma la musica è sempre la stessa”.

E così passarono di nuovo gli anni, i mesi e le ore.

Scoppiò la Prima guerra mondiale, e Sasà, senza sapere il perché e il percome, partì e tornò.

Poi scoppiò anche la Seconda guerra mondiale, e Sasà, sempre senza sapere il perché e il percome, ripartì e ritornò. Ma proprio mentre rimetteva mano alla zappa e all’aratro, e stavolta senza aver sentito alcuna puzza, si trovò davanti uno tutto stelle e strisce, che avrebbe anche messo allegria se non fosse stato che pure questo era armato fino ai denti.

“Non lo dite” disse Sasà preparato.“So già tutto. Adesso qua comandate voi e vi dobbiamo pagare le tasse”.

“Ma nooo!” rispose l’extracontinentale. “Noi siamo venuti a liberarvi, ok? Siamo vostri amici, ok? Però voi dovrete essercene grati per sempre. Ok?”

“Occhei! Noi sempre gratissimi saremo”.

Passò qualche tempo e un giorno ricomparve Mimì, di nuovo raggiante in viso come quella volta dell’Italia unita.

*“In questo paese comanda chi si alza per primo”, proverbio siciliano.

“E’ successa una cosa bella assai, Sasà. Hanno cacciato il Re e hanno fatto la Repubblica democratica!”.

“E che vuol dire? Chi comanda adesso?”

“Ma nessuno, Sasà! Adesso comandiamo noi!”.

“Nzù, Mimì. Non mi piace”.

“E perché?”.

“Non ci siamo abituati”.

“Che vuoi dire, Sasà?”.

“Che noi continueremo a seminare la lattuga e gli altri si mangeranno l’insalata”.

Di nuovo gli anni si susseguirono e furono tutti uguali, di dura fatica e di duro lavoro. Solo che ogni tanto Mimì veniva a prenderlo col vestito della festa.

“Dobbiamo andare a votare, Sasà”.

“E per chi dobbiamo votare?”.

“Non preoccuparti Sasà, ce lo dicono loro”.

Poi un giorno Sasà, mentre come al solito era curvo sulla sua terra e la benediva col sudore della sua fronte, si sollevò di scatto.

“E che? Arrè puzza? Hmm, solo che questa non è puzza come le puzze di prima. Questa pare più una puzza… profumata, ‘ngannevole’”.

“Le auguro una felice giornata, signor Sasà”.

Sasà rimase un attimo confuso. Squadrò lo straniero dalla testa ai piedi.

“Questo è strano assai”pensò. “Intanto perché non è armato,ma vestito come uno di quelli del cinematografo. E poi c’ha quella valigetta in mano che chissà che ci tiene. Forse le mutande”.

Ma ciò che spaventò davvero Sasà fu il sorriso da ebete che quello portava stampato in faccia, e la vocetta melliflua che gli sembrò più pericolosa di una spada.

“Vengo dalle felici e ricche terre del Nord e sono venuto a dirle…”.

“…Che da oggi in poi qui comanda lei eccetera eccetera. Sta bene. Non ci sono problemi”.

“Ma nooo! Ma che dice! Ma basta con questa mentalità servile! E’ ora che voi del Sud vi emancipiate, progrediate, vi affranchiate. Io vengo a farle una proposta che finalmente cambierà la sua misera vita”.

“E quale sarebbe questa proposta che finalmente cambierà la mia misera vita?”.

“Lasci tutto, signor Sasà. Abbandoni questa terra crudele e avara e venga su a lavorare da noi. La piazzo in una delle mie belle fabbrichette a metter capocchie sugli spilli. E poi la alloggio in un bel condominio di dieci piani, in mezzo ad altri trenta condomini di dieci piani, in un quartiere di trecento condomini e…”.

“Vossia parla troppo”interruppe Sasà. “Le si secca la lingua”.

“Ma insomma, signor Sasà! Ma lo vuole capire che qui ormai non c’è futuro per lei? Perfino il suo amico Mimì ha colto subito l’occasione ed è emigrato. Venga su con me. Lì da noi c’è la civiltà, la tecnologia, il progresso”.

Sasà ci pensò su un attimo, poi piantò la zappa in mezzo alla terra, assunse un’espressione feroce e fece una cosa che non aveva fatto mai. Sasà Siciliano perse la sua millenaria pazienza e si ribellò al barbaro invasore.

“Ne ho visti tanti di fitùsi” gli disse. “Ma voi siete quello che puzza più di tutti, il più tradimentoso. E volete sapere il perché? Perché avete il miele in bocca e il diavolo nel culo. Perché volete strapparmi dalla mia terra, ma a me non mi impressionate coi vostri spilli, la vostra civiltà e il vostro progresso. Pi co vò ttravagliari, a mèrica è unni è ggè!”.*

“Come scusi?”

“Ma quale scusi e scusi. Se ne vada! Io da qui non mi muovo! Sono nato siciliano e voglio morire siciliano!”.

E questo fece Sasà. Quando vide che stava rimanendo solo perché tutti i suoi figli partivano da quella terra cruda, preferì morire. E morì proprio là, tra le zolle indurite dal caldo e dalla siccità, sotto il sole spietato e cinico, ma col sorriso sereno e fiero sulle labbra.

Perché Sasà aveva vinto. Era nato siciliano ed era morto siciliano.



* “Per chi ha voglia di lavorare l’America è ovunque”,proverbio siciliano

Un altro lavoro dell'amica licatese Angela Mancuso...

martedì 4 dicembre 2007

Al Semaforo, Verde!

E quando, finalmente,

Entra in gioco la coppia

Che mi strappa le braccia,

Mi si stampa, stupido,

Un sorriso sul volto!

E scordo tutto,

Il mio nome, il suo viso...

Finalmente posso volare!

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Listening to: The Beatles - Free As A Bird
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venerdì 30 novembre 2007

Alone... in the dark?

Solo

Alzi gli occhi al cielo

Piangi

E gridi

Muto

Chiuso nel tuo dolore

Avviluppato nella disperazione.

Ti inginocchi

Per strada

Al centro della corsia

Piena

Di macchine vuote

E le tue mani

Ruvide

Abradono ancora il tuo viso

Bagnato

Sofferente

Contorto

Sofferente

Assorto

Rapito

Dalle urla della tua anima.

lunedì 26 novembre 2007

Domenica sera...

Doppio bicchiere

Atmosfera fumosa

Grasse risate!

giovedì 22 novembre 2007

Sveglia!

“Dietro quella duna, c’è il mare?”

“Certo” rispose lo scarabeo!

Alla sommità della duna gli dissi:

“Mi hai mentito!”

“Sbagli ancora piccolo uomo!

Guarda dietro di te!”

Mi girai, mi ci volle un’eternità,

Sornione alle mie spalle

S’agitava il mare...

“Scusa se ho dubitato di te!”

Ma lo scarabeo era scomparso!

Chiusi gli occhi,

Assaporai l’odore del mare,

Ma quando li riaprii mi trovai

Di nuovo in pieno deserto...

“Scarabeo di merda!

Mi hai ingannato nuovamente!”

Lui era lì riverso, a pancia in su,

Incapace di rigirarsi era morto così,

Con le sue zampe che puntavano al cielo...


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Listening to: Annie Lennox - No More I Love You's
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mercoledì 21 novembre 2007

Genio's song...

Gli ignavi e la ripicca viola

Cominciamo a definire chi è il fottuto buon padrone
e chi è il servitore tra noi
tu facevi l'angelo buono sedevi alla destra
io non ne ho mai saggiato la virtù
ma ti asciugavi con la stessa salvietta
che usò il titubante Pilato quel giorno dopo aver mandato vecchio Gesù alla forca
Volle tenere la torta per se
Dicevi:
"Il lassismo vi rende schiavi
cervelli da nani
mentre grugnite come stanchi maiali
vi fa ignavi
vi allatta la stupidità vi allatta
e i soli stimoli sono punture dei tafani e api intorno
Prendete me ho il necessaire per la montagna degli Dei"

Ma se poi scoppia il sole
Io spero ti colpiscano i detriti
E che cancellino quel tuo ghigno

Quell'espressione à la "tutti pagano un pegno ma io lo pago meglio"
Cercherò di essere breve e docile come un servo fedele oh mio
fenomeno poliedrico
Domani all'albeggiare io ti erigerò un altare
con l'effige del tuo naso da venerare
Per noi schiavi-ignavi...
E umilmente consci dei nostri mille limiti mali
Noi cervelli fuori dalla bolgia
Irsuti eremiti kak miskyn malati
Ormai è chiaro che il nostro destino è ai piedi
della montagna degli Dei

E adesso che hai il vento sotto le suole
Vaghi sbandando in cerca di obbiettivi
Io ti offrirò il mio appiglio
La mia più tenera comprensione.

Questa è una canzone scritta da Genio degli Abbot Ritorba... io la reputo un vero capolavoro... la potete ascoltare nello space del gruppo al seguente link:
MySpace.com - Abbot Ritorba - IT - Rock / Altro - www.myspace.com/abbotritorba

martedì 20 novembre 2007

Notte Romana

Uomo ramingo,

Serbatoio pieno,

Strada perfetta!



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Listening to: Tracy Chapman - All That You Have Is Your Soul
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